Italian Anthropology and the Africans

L’antropologia italiana della fine dell’Ottocento è basata essenzialmente sul paradigma del “bones, bodies, and behavior” e rientra nella cosidetta antropologia fisica, nella prospettiva di una classificazione delle razze umane: “through the study of the body it was possible to infer facts about the mind” (p. 63).

Nella prima parte compaiono figure influenti di antropologi italiani: Aldobrandino Mochi, il quale sostiene che “malgrado siano mescolati con quelle dei negri, le popolazioni del Corno sono quasi esclusivamente Camitiche e quindi sono in grado di raggiungere un alto livello di civilizzazione”; Vincenzo Giuffrida Ruggeri, che considera le popolazioni indigene come popolazioni di neri e attribuisce il loro colore più chiaro e il più alto livello di civilizzazione  a una recente migrazione semitica dall’Arabia; Carlo Conti Rossini, l’unico che visita i popoli di cui parla e che sulla base del loro linguaggio e della loro cultura conclude che i Camiti dell’Etiopia sono autoctoni; Giuseppe Sergi, che rielabora e approfondisce l’ipotesi Camitica già emersa nella spedizione napoleonica in Egitto per concluderne che “all the primitive populations of Europe originated in Africa” (p. 68): una posizione che, per quanto elaborata nel contesto delle tassonomie positiviste, poneva serie contraddizioni al razzismo fascista e che infatti dal fascismo viene pesantemente osteggiata.

L’autrice sottolinea qui a) “how cultural and biological traits were interwoven and how the concept of race and the classificatory efforts retained social and moral judgments and evaluations”; b) che “despite the fact that most academics did not travel in person to the colonies, this did not prevent them from writing extensively about issues that had a strong colonial and political relevance”; e che c) al centro del dibattito (secondo R. Young, Colonial Desire, 1995) c’è sostanzialmente un problema di sessualità interrazziale (p. 70).

La seconda parte del saggio tratta del problema delle fonti “accidentali” (il caso dei cosiddetti accidental ethnographers, che spesso forniscono agli studiosi, attraverso diari, memoir, osservazioni personali etc., i materiali per le loro analisi. Particolare attenzione è riservata al caso di Alberto Pollera, che sposa due donne eritree, ne ha dei figli e, nel corso degli anni (dalle prime “Note” del 1902 al libro definitivo I Baria e i Cunama) assume nei confronti dei popoli colonizzati un atteggiamento sempre più (proto-) relativista attraverso una più specifica attenzione ai fattori storici e culturali. Nel suo duplice atteggiamento verso le donne (The Ethiopian Woman, 1922) si riflette la difficoltà di rapportarsi alle imposizioni del governo contro il madamismo (Decreto del 1909) e il suo reale atteggiamento verso la famiglia.

Barbara Sòrgoni, Italian Anthropology and the Africans: The Early Colonial Period, in P. Palumbo (a cura di), A Place in the Sun: Africa in Italian Colonial Culture from Post-Unification to the Present, Berkley, University of California Press, pp. 62-80 – L’immagine è tratta da qui

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