Rhetorics of Virility

d'annunzio

A partire dalla centralità che l’ideologia della virilità riveste nella cultura fascista, è possibile interpretare le forme discorsive del fascismo come l’espressione di una retorica della virilità:

This literary treatment of fascism in rendered necessary by Italian fascism’s refusal (or incapacity) to define itself philosophically […]. [F]ascism seems to compensate for this refusal (or incapacity) by overdefining itself rhetoricallyand semiotically: hence the need to change calendar and holidays, to eradicate alla traces of foreign words and dialect from the ‘official’ language, to identify the fascist by the clothes he wears and the slogans he repeats, and, in general, to attempt a realignment of signifiers and signifieds. (p. 6)

Spackman prende innanzitutto le distanze dagli studi sulla cultura fascista che l’hanno preceduta. In particolare, individua due forme di interpretazione della virilità fascista: la trivializzazione (l’interpretazione della virilità fascista come “linguistic tic”) e la demonizzazione (l’interpretazione della virilità come “pathological aberration”, p. 4) che rispettivamente si riconoscono, da una parte, in Giovanni Lazzari (Le parole del fascismo, poiché non è in grado di interconnettere i concetti in esame) e in Furio Jesi (Cultura di destra, poiché dà per scontata la “virilizzazione” come una delle strategie discorsive principali del fascismo); e dall’altra parte, in John Hoberman (Sport and Political Ideology, poiché considera il culto della virilità come costitutivo del fascismo e del tutto assente nel marxismo), in Wilhelm Reich (The Mass Psychology of Fascism, che nella sua declinazione sartriana trasforma la relazione omosociale in omosessualità politicamente aberrante) e in Klaus Theweleit (Male Fantasies, che, infine, ha analizzato le fantasie omicide del soldato come sineddoche dell’ideologia nazista). Quindi individua in Marinetti e in d’Annunzio i due principali artefici dell’elaborazione di due opposti concetti di virilità fascista e attraverso di loro stabilisce una profonda continuità tra il fascismo come movimento e il fascismo come regime. Di Marinetti, in particolare, vengono analizzati alcuni scritti usciti tra il 1919 e il 1924. Secondo l’autrice,

Marinetti needs to create two different kinds of women […], two different kinds of proximity, since dispensing with women entirely would leave the male without means to prove his masculinity […]: the proximity of women turns boys into girls and heterosexuals into ‘pederasts,’ but only the proximity of women […] can make the boy a man and the man a patriot. (pp. 10 e 12-13)

Il problema di Marinetti è insomma quello di difendere i labili confini dell’omosocialità perché questa non si rovesci in omosessualità, minando alla base il sentimento patriottico che sul legame virile omosociale e eterosessuale si fonda: “Crossing national borders one also crosses the unstable boundaries that separate homosexuality from homosociality; crossing national borders allows one to cross the boundaries of sexualities” (p. 16).

Quanto a d’Annunzio, di cui si analizzano alcuni scritti del periodo fiumano, il legame tra nazionalismo e virilità è declinato questa volta attraverso la retorica della maternità. L’autrice riconosce che si tratta di un momento anomalo della produzione dello scrittore, ma lo considera rilevante per sottolineare come una parte almeno della retorica fascista abbia origine nella cultura decadente di d’Annunzio. Se infatti la cultura fascista impone, come in Marinetti, una netta separazione tra maschile e femminile, in d’Annunzio è possibile attraversare il confine: “what is striking about the d’Annunzian version [del tradizionale paragone poetico tra parto e guerra], however, i that here the subject of virility can be either masculine or feminine” (p. 19). Notevole da questo punto di vista è il richiamo dannunziano alla figura di Caterina Sforza e all’episodio del conio: “as a model and mold of female virility, she violates the rigidly gendered, and ultimately Aristotelian, oppposition between virile courage and maternal love” (22). Spackman sottolinea però come, attraverso un immediato cambio di prospettiva sul seno materno, d’Annunzio addomestichi la figura di Caterina riducendola a passiva nutrice della prole, secondo una percezione del femminile che non avrà più nulla di virile e che risponderà piuttosto al “panico” marinettiano all’indomani di Fiume.

Infine, il topos dello “stupro delle masse” compiuto dalle dittature fasciste perdurerebbe, secondo l’autrice, anche nei critici e detrattori del fascismo come topos sessista (e che confermerebbe l’ipotesi alla base del libro “that all political rhetoric is a rhetoric of virility”). In particolare nell’Opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica, lo stupro della macchina da presa da parte del fascismo viene utilizzato da Benjamin per fornire un’immagine concreta di mondo alla rovescia, laddove non sono stuprate le donne, ma le macchine. In questo modo, secondo Spackman, Benjamin partecipa della retorica della virilità del fascismo proprio mentre ne sta criticando i presupposti ideologici.

Barbara Spackman, Rhetorics of Virility: D’Annunzio, Marinetti, Mussolini, Benjamin, in Fascist Virilities: Rhetoric, Ideology, and Social Fantasy in Italy, Minneapolis, University of Minnesota Press, 1996, pp. 1-33. – Le immagini sono tratte rispettivamente da qui, da qui e da qui.

Advertisements

Leave a Reply

Fill in your details below or click an icon to log in:

WordPress.com Logo

You are commenting using your WordPress.com account. Log Out / Change )

Twitter picture

You are commenting using your Twitter account. Log Out / Change )

Facebook photo

You are commenting using your Facebook account. Log Out / Change )

Google+ photo

You are commenting using your Google+ account. Log Out / Change )

Connecting to %s