Una Storia priva di senso

A dispetto del grande successo di pubblico che accoglie il romanzo, l’uscita della Storia di Elsa Morante nel 1974 suscita nella critica italiana di quegli anni pareri discordanti, grandi innamoramenti e stroncature definitive, violente prese di posizione e profondi apprezzamenti. Il “romanzone” esce nel pieno del clima culturale del Decennio rosso e, nello stesso tempo, mette in scena una vicenda privata sullo sfondo di eventi ancora vivissimi nella memoria dei lettori, in un rapporto tra cronaca e Storia che diventa il vero e proprio pilastro della narrazione.

La Storia esce a metà giugno e già il 18 luglio sul “manifesto” una colonna a pagina 3 a firma di Nanni Balestrini, Elisabetta Rasy, Letizia Paolozzi e Umberto Silva respinge con un’ironia neppure troppo affilata i contenuti e la forma del romanzo. Ne contestano la visione elegiaca e la scrittura mediocre. Gli autori, che rivendicano di non aver letto il romanzo, non se la prendono tanto con la scrittrice e la sua opera, però, quanto con la politica culturale del giornale e, in particolare, con un articolo elogiativo pubblicato il 6 da Liana Cellerino che, sostanzialmente, propone il libro come il grande romanzo dei poveracci. Quello di Balestrini, Rasy, Paolozzi e Silva è, in effetti, un attacco alla mediocrità piccolo-borghese che sottostà all’ideologia complessiva dell’opera di Elsa Morante e che coinvolge gli intellettuali che in quell’ideologia si riconoscono.

Alla provocazione risponde, nel giro di ventiquattr’ore, Rina Gagliardi, prendendo posizione, con piglio altrettanto provocatorio, contro le tentazioni zdanoviane di Balestrini. Sebbene giudichi molto negativamente il romanzo “da un punto di vista marxista e proletario”, Franco Rella, nel suo intervento del 24, sembra orientato, però, a rimettere a posto le cose sostenendo le posizioni dei critici di Morante con un’analisi più articolata che fa leva sull’adesione dell’autrice al linguaggio e all’ideologia dei suoi personaggi.

È pero Luigi Pintor, a nome della redazione del quotidiano comunista, a criticare con maggiore violenza il giudizio tranchant dei quattro scrittori. Nel suo brevissimo intervento, che segue le due colonne di Rella, non esita a definire la mancata argomentazione della stroncatura della Storia una forma di “fascismo intellettuale (ma l’aggettivo è superfluo)” con particolare riguardo per l’associazione “ignobile”, nel testo di Balestrini, Rasy, Paolozzi e Silva, del nome di Natalia Ginzburg a quello “della Pagliuca”.

Chi sia Natalia Ginzburg è noto. Meno nota è forse chi fosse Diletta Pagliuca e perché l’accostamento al suo nome potesse risultare allora un atto ignobile. Condannata a quattro anni per sevizie nei confronti dei pazienti psichiatrici ricoverati nella sua clinica romana, suor Diletta Pagliuca era stata al centro di un caso di cronaca che aveva fatto scalpore nel marzo di quell’anno. Si capisce che, per quanto giocato tutto sulla chiave dell’ironia, il romanzo di Morante e l’intervento dei quattro intellettuali dovevano avere un poco agitato le acque di quell’inizio estate.

Ma che il dibattito fosse così acceso è violento non sarebbe ragione di stupore, se solo si tenesse conto che ad essere in gioco qui non sono soltanto due modi di concepire la scrittura, la rappresentazione e l’arte, ma una filosofia della storia, da una parte, e una concezione pietrificata e tragica (“uno scandalo che dura da diecimila anni”) del reale, dall’altra. Persino Enzo Siciliano, che di Morante è amico e estimatore, non può accettare una resa all’immanenza come quella messa in scena dalla Storia. Scrive Garboli, nella sua innamoratissima introduzione all’edizione Einaudi del 1994, che

Morante ha reciso con mano fermissima il cordone tra i destini individuali delle persone e la loro appartenenza a un destino, a un progetto, a uno straccio qualunque di disegno, di provvidenza, di trascendenza storica. (p. xxiii)

Sarebbe ingenuo, oggi, ridurre quelle critiche a una declinazione di precetti ideologici più o meno in voga in quegli anni. Sono in opera, invece, un mondo e il desiderio di cambiarlo da una parte e, dall’altra, l’accettazione passiva del suo darsi. Se ci colpiscono oggi giudizi così severi contro quel romanzo, come sono quelli di Balestrini o di Siciliano o di Rella è piuttosto perché non siamo più in grado di elaborare una qualsivoglia teleologia della Storia e, nel corso degli ultimi quarant’anni, nel bene o nel male, ci siamo sempre più avvicinati a chi a quel giudizio è stato sottoposto, proprio mentre ci allontanavamo da chi quel giudizio emetteva.

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5 thoughts on “Una Storia priva di senso

  1. Sto leggendo (solo) ora “La Storia” (meglio tardi che mai). Concordo con la tua conclusione, che è inappuntabile; non so se sono altrettanto d’accordo con la punta di rammarico che in qualche modo mi pare risuonarvi.

    Arrivata quasi alla fine del romanzone, mi sembra chesemplicemente, dal punto di vista della mera analisi interna, il tutto non si tenga. Oltrepassate le prime 200 pp., dopo il bombardamento di San Lorenzo, si apre una carrellata di tipi umani e situazioni che la Morante sembra inserire per interesse documentario e perche’, banalmente, non poteva mancare l’ebreo comunista, benestante e pacifista, simpatizzante della classe operaia, a cui il mondo crolla addosso. Non poteva nemmeno mancare la casona degli sfollati, per non parlare di una fila di assurdamente buoni e coraggiosi, quanto improbabili partigiani. Le sartine vedove, il morto in Russia, blablabla. Sembra lo stesso ridicolo meccanismo del film (-one pure lui) La meglio gioventù.

    La “pietrificazione” imposta dal sottotitolo si adatta bene ai destini dei poveracci di ogni tempo e luogo (il Lumpenproletariat, si sarebbe detto una volta), ma cozza inevitabilmente con il cronotopo, precisissimo e carico di conseguenze. Nino è pensabile solo nel contesto dell’Italia fascista, per dire.

    La cosa più straordinaria, a mio modo di vedere, è la descrizione delle emozioni umane, dei punti di vista, specialmente di Ida, di Useppe e degli animali. Insomma: se il libro fallisce nel disegno complessivo, diventando una specie di Roman de la Rose-monstrum novecentesco, riesce nella micro-dimensione, nella descrizione della camminata della protagonista (figurati che, ogni tanto, mi tornava alla mente La ragazza Carla: tanto per dire che magari, oggi, potremmo permetterci il lusso di far coincidere gli opposti), delle attese dei cani, e così via. E lì dà prova di scrittura mirabile.

  2. Grazie, Anna. Quanto a me, quello che mi è rimasto di un romanzo che peraltro non si fa amare come vorrebbe, è la voce collettiva del narratore, la voce del quartiere che racconta, commenta, ricorda e dimentica un dramma (piccolo-) borghese com’è tutto sommato quello di Ida. Nella sua specificità “locale”, però, questa posizione del narratore è un meccanismo che finisce per mettere in moto la tipizzazione dei protagonisti.

    A dirla tutta, è proprio quella tipizzazione dei poveracci che a me disturba: anche Nino, tanto per dire, con tutto il suo entusiasmo, che vorrebbe darsi come la personificazione del vitalismo giovanile novecentesco, è in fondo un modo di essere italiani. Sono figurine e a parlarne oggi sembra preistoria, ma poi, come dici tu, guardi Giordana (che con le figurine del Decennio rosso, hai ragione, fa quello che Morante fa con gli anni quaranta) e pensi che il compimento della Storia per qualcuno doveva essere il Pd. E allora sì che c’è da rammaricarsi.

    È come pretendere, così, che San Lorenzo nel 1974 (nel 1974 !) dichiarasse la resa al processo storico. Come dire: così è, così è sempre stato, così sarà sempre. Che questo sia stato, negli ultimi trent’anni, il senso comune è ciò di cui davvero mi rammarico: di essere rimasti orfani del significato e della sostanziale rassegnazione che, collettivamente, questo comporta. Poi, cosa vuoi, c’è l’ottimismo della volontà.

    1. “La Storia”,nella sua copiosa forma,dove tra un capitolo e l’altro c’è addirittura un “Bignami del Bignami”sui fatti più emblematici del ‘900,di sicuro non è l’opera più riuscita di Elsa Morante.La cosa mirabile sicuramente gli aspetti umani,come diceva Anna Said:davvero belli certi passaggi tra umani,cani,gatti…bambini ed eroinomani rivoluzionari.Le critiche del tempo,ridicole per la loro “sentenziosità” da terza internazionale,lasciano davvero il tempo che trovano,nel senso che molto più utile trovo questa pagina con i vostri pareri.Balestrini e compagni non trovandosi con la punteggiatura
      dell’avanguardia hanno tirato fuori il peggio del loro livore…tra l’altro senza sorprendermi.Di Siciliano non sapevo ma di
      una durissima critica di Pasolini con tanto di amicizia finita ero rimasto sì sorpreso.Molte le schifezze editoriali negli ultimi quarant’anni.Non ho mai capito in pieno quest’attacco senza remore nè prigionieri a “La Storia”.Che siano settecento pagine son forse troppe,ma tra gli spunti buoni e quelli meno riusciti alla fine ne vien fuori un romanzo forse ambizioso ma
      degno di esser scritto come letto.Fu un grande successo editoriale,alla faccia della storia,dell’identità,dei consigli del vecchio Gramsci…lessi di peggio,dall’avanguardia agli anni ’90….così sia.

      1. Grazie del tuo commento, Luca, e scusami se rispondo con tanto ritardo. A me, però, non sembra strano che due mondi così distanti dovessero finire per scontrarsi per quello che, per la neoavanguardia, era il problema capitale, allora: la questione del patetico come carattere fondante di certa letteratura nazionale, dalle “liale” a Elsa Morante. Quanto a Balestrini, la sua presa di posizione politica, quale che sia il giudizio che se ne dà, è anche alla base della rottura con Giuliani e i novissimi tutti, nel 69. Per dire che poi la letteratura è anche questo, nella misura in cui è politica, parte cioè della discussione comune sulla propria presenza nel mondo.

  3. Bell’articolo. La questione della presenza della politica nella Storia è conflittuale. Elsa Morante difendeva a spada tratta il romanzo (fece un casino quando in Spagna, nel tradurlo, tralasciarono dei particolari storici e lo imbellettarono come se fosse una storiella di buoni sentimenti). Quello che penso, però, è che la politica sia intesa in un senso più alto, in questo romanzo, in un senso super-partes, che a volte, per disperazione, prende le parole dall’anarchico Davide Segre, ma altre volte sembra travalicare le “fazioni”. Pensiamo al tedesco Gunther e alla reale compassione che c’è verso di lui. Insomma, gli inserti dell’autrice sui fatti storici scompaiono nelle descrizioni dei fatti narrativi. Ma a me piace così. Sono stata per tempo molto politicizzata come persona, e non ho trovato nessuna soluzione nella politica, anzi. Resto fondamentalmente anarchica e cristiana. Per questo, il romanzo mi ha sorpreso e conquistato.

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