Il colonialismo italiano e Bob Marley

Non c’è saggio sul colonialismo italiano (compresi i miei) che non cominci lamentando la memoria corta di questo paese, che invece di affrontare il proprio vergognoso passato coloniale ha preferito sottoporlo a un processo di rimozione grave e pericoloso. È giusto, c’è poco da fare, almeno finché quella storia non finirà di essere marginalizzata nei programmi scolastici. Solo da pochi anni e grazie al lavoro meritorio di alcuni storici si è potuto scavare in un periodo storico inglorioso e violento, e nelle squallide vicende di un “imperialismo straccione” (la definizione è di Lenin) che, come ogni altro imperialismo, ha prodotto solo morte e sfruttamento nei paesi in cui si è imposto per un sessantennio.

Eppure basterebbe girare nelle strade di una città europea o americana qualsiasi per ritrovare i segni di quel passato coloniale. Fra dredlocks, reggae e i colori rasta della bandiera di Etiopia, a eterna memoria del male fatto al popolo africano, infatti, il rastafarianesimo trova origine nel nazionalismo etiopista della fine del diciannovesimo secolo e si sviluppa come fede religiosa negli anni trenta in quanto rivendicazione identitaria etiope contro la dominazione italiana. Lo stesso nome del movimento si riferisce direttamente al Ras Tafari Maconnèn, più noto nei libri di storia come Hailé Selassié I, l’imperatore salito al trono etiope nel 1930 e riconosciuto dalla fede religiosa rastafariana come Gesù Cristo nella sua seconda venuta.

Insomma, per un sacco di ragioni il rastafarianesimo è un movimento molto interessante. Va ricordato, però, e neanche troppo marginalmente, che resta ancora oggi una religione profondamente maschilista e omofoba. Peccato. L’immagine l’ho trovata qui

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