L’inferno di Nocra

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È certamente giusto e importante ricordare oggi, come da più parti si sta facendo, l’atroce esperienza dei campi di sterminio nazifascisti. L’impegno rivolto alla conservazione della memoria di un trauma così immenso, e non solo da un punto di vista strettamente quantitativo, merita un’attenzione inversamente proporzionale alla progressiva perdita delle ultime testimonianze dirette di quello scempio.

Per evitare, però, di dare il destro alla canea dei nostalgici perché anche in questa data colgano l’occasione di assolvere se stessi dalla responsabilità politica di tentare periodicamente di riscattare il ventennio con i soliti, triti argomenti, vale la pena di ricordare ancora una volta che, ben prima delle leggi razziali, il campo di concentramento e di sterminio era familiare agli italiani quanto era loro familiare la retorica dell’impero. Che, ben prima della soluzione finale e in un’orrida continuità con l’Italia liberale, l’Italia fascista al fianco degli altri imperi coloniali, ha prodotto in Africa mostruosità che hanno funzionato come modello per le atrocità messe in opera in Europa negli anni quaranta. Come a Nocra, ad esempio, nel penitenziario così vividamente descritto da Angelo Del Boca:

Nocra è una delle 209 isole madreporiche dell’arcipelago delle Dahalak, a circa 55 chilometri al largo di Massaua. Di incomparabile bellezza, per la natura incontaminata, l’uomo è riuscito a farne un inferno. Individuata dal generale Saletta come luogo ideale per costruirvi un penitenziario, fu scelta soprattutto per la sua distanza dalla terraferma. Questo totale isolamento non soltanto avrebbe scoraggiato ogni tentativo di fuga, ma avrebbe assicurato una maggior segretezza sui metodi coercitivi impiegati sull’isola. I primi lavori per la trasformazione di Nocra in un campo di punizione vennero compiuti sul finire del 1887 con una spesa di 6500 lire a carico del Ministero dell’Interno. Non si trattava, in verità, di grandi lavori: un edificio in mattoni per le guardie, 200 alloggiamenti per i detenuti (metà tende e metà rozzi tucul), lo scavo di otto profonde fosse che servivano da prigione, l’erezione di un palco con due forche.

Nocra

A causa del clima elevato, che poteva anche raggiungere i 50 ºC, il problema dell’acqua era fondamentale. La fornitura dell’acqua potabile veniva assicurata, per la piccola guarnigione, da alcune bettoline che tre volte la settimana facevano la spola tra il continente e l’isola. Per i detenuti, invece, era stato scavato un pozzo, profondo una decina di metri, che forniva un’acqua salmastra e non in grande quantità. Tanto che nei periodi di siccità veniva razionata. Il sole cocente e la penuria di acqua costituivano, nella filosofia di chi aveva scelto Nocra, strumenti aggiuntivi di punizione. Altro strumento di violenta rieducazione era l’obbligo di lavorare nelle cave di pietra, il cui ricavato veniva caricato su battelli e trasportato a Massaua per lavori edilizi e stradali.

Non si hanno che pochissime testimonianze sulla vita quotidiana a Nocra. L’isola, che ospitò quasi sempre detenuti politici, era rigidamente vietata a tutti. Il capitano Eugenio Finzi, della marina militare, che la visitò nel 1902, così descriveva la situazione: “I detenuti, coperti di piaghe e di insetti, muoiono lentamente di fame, scorbuto, di altre malattie. Non un medico per curarli, 30 centesimi pel loro sostentamento, ischeletriti, luridi, in gran parte han perduto l’uso delle gambe ridotti come sono a vivere costantemente incatenati sul tavolato alto un metro dal suolo.” Quelli che cercavano di fuggire da questo inferno, e che venivano quasi sempre ripresi, come nel marzo 1893 quando si tentò una fuga di massa, erano immediatamente fucilati.

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Chi erano gli sventurati ospiti di Nocra? All’inizio soltanto criminali comuni. Poi, dal 1889, anche politici, ossia capi e gregari di tribù che non accettavano la dominazione italiana, ma anche spie o presunte tali, collaboratori infedeli, agitatori, maghi e indovini che predicavano la fine della presenza degli italiani. Nel 1882, con Oreste Baratieri governatore militare e civile della colonia, il carcere di Nocra raggiunse, con un migliaio di detenuti, il massimo della sua capienza. Di alcuni prigionieri siamo anche in grado di fornire i nomi. Nel settembre 1895, alla vigilia del disastro di Adua, furono relegati nell’isola Memer Walde Ananias, il liccè Wolde Jesus, e il grasmac Sadòr, tre nobili tigrini la cui sola colpa era stata quella di raggiungere il campo di Baratieri per iniziare, su incarico di ras Johannes Mangascià, trattative di pace. Il grasmac Sadòr, già avanti con gli anni, non era in grado di sopportare il clima dell’isola e le crudeltà che vi si praticavano e moriva in
detenzione.

bravagente

Il penitenziario di Nocra restò in funzione ininterrottamente dal 1887 al 1941. Dal 1936, dopo l’occupazione italiana dell’Etiopia, accolse soprattutto soldati e funzionari del dissolto impero di Hailè Selassiè e, più tardi, guerriglieri fatti prigionieri nelle varie operazioi repressive, notabili di basso rango, preti e monaci scampati al massacro di Debrà Libanòs. L’alimentazione dei detenuti era costituita da 300 grammi di farina, 10 di tè e 20 di zucchero. Ma non era detto che questa già miserabile razione fosse fornita ogni giorno (pp. 80-82)

Nocra è solo uno fra i tantissimi, possibili esempi di crudeltà di cui è tristemente popolata la storia del nostro colonialismo. Rimane in funzione per 54 anni, dal 1887 al 1941, attraversando la storia italiana ed europea dall’età crispina e dello scramble for Africa alla soluzione finale. Di quanto succede a Nocra devono essere a conoscenza i funzionari in sede, i sodati, certamente alcuni coloni. Certamente ne sono a conoscenza i governi liberali che si avvicendano prima della marcia su Roma, così come ne saranno a conoscenza i gerarchi, Mussolini e, verosimilmente, tutti quegli italiani, e non sono pochi, che si interessano di cose africane durante il ventennio. Ne sono certo a conoscenza, infine, i governi europei impegnati sul fronte africano, non ultima la Germania, che evidentemente non inventerà nulla di nuovo. C’è, insomma, un filo rosso che lega il colonialismo europeo ai campi di sterminio e lo spazio del campo è già, nel 1938, un paradigma della modernità. Una volta Aimé Césaire ha sostenuto in proposito che lo scandalo che il nazifascismo ha prodotto è consistito principalmente nell’applicazione sull’uomo bianco di ciò che era stato concepibile fino ad allora solo nel mondo coloniale.

Le immagini vengono rispettivamente da qui, da qui e da qui.

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