Il primo maggio del Pd

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È facile oggi prendersela con il Pd, con i suoi dirigenti decrepiti e l’assenza totale di un progetto politico che non sia riducibile a quello di un comitato d’affari preoccupato di difendere le proprie posizioni di potere nel paese. È facile prendersela con Bersani al quale andrebbe almeno concesso l’onore delle armi e riconosciuto il coraggio di essersi fatto carico con coerenza e disciplina di una situazione oggettivamente impossibile da risolvere. È facile e qualcuno, specie dentro il Pd, lo ha fatto molto meglio di come potrei farlo io, che con il Pd non ho niente a che fare. Adesso, per carità, sono tutti, o quasi, rientrati nei ranghi e hanno trovato ottimi motivi per giustificare l’ingiustificabile e prendersela con qualcun altro.

Alla faccia dei “delusi del Pd”, però, che si svegliano ora solo grazie al valore simbolico di un’elezione presidenziale, il ventennio che si chiude è stato caratterizzato da tre grandi riforme del mercato del lavoro che senza soluzione di continuità sono state avanzate dal centrosinistra e perfezionate dal centrodestra. Alla luce della storia dei rapporti sindacali, il governo Letta-Alfano non è dunque che la celebrazione di un’alleanza che fra alti e bassi data almeno dagli accordi di luglio del 1993, quando, nel pieno di un’altra crisi, è cominciata la ristrutturazione delle relazioni industriali in nome dell’unità nazionale.

Colpisce che, mentre gli elettori e i militanti del Pd si sentono così delusi dalla mancata elezione alla Presidenza della Repubblica di Romano Prodi, nessuno di loro ai tempi del Pds si fosse sentito altrettanto deluso quando, nel 1997, il primo governo del candidato presidente approvava il pacchetto Treu, avviando così il processo di precarizzazione del lavoro che ha cancellato il futuro di due generazioni e senza il quale difficilmente si sarebbe arrivati, nel 2003 alla legge Biagi.

Né sembravano affranti, quegli stessi elettori e militanti delusi dalla mancata elezione di Rodotà, di fronte a quell’orrore giuridico (e linguistico) che, nel 1998, istituisce i Centri di Permanenza Temporanea (Cpt) con la legge firmata da Livia Turco e Giorgio Napolitano. Ci vorranno solo quattro anni perché, sulla falsariga della legge precedente, un leghista e un fascista propongano un’altra legge sul lavoro mascherata da legge sull’immigrazione nella misura in cui lega la permanenza sul territorio italiano e la libertà individuale dei soggetti migranti al possesso di un contratto di lavoro, sottoponendo di fatto il lavoratore al ricatto della detenzione e dell’espulsione nello stato d’eccezione dei Cie.

Non si scandalizzavano, infine, i militanti dei Ds, nemmeno quando in un processo di riforma complessiva della formazione inaugurato alla fine degli anni ottanta dal democristiano Ruberti si inseriva, nel 2000, Luigi Berlinguer senza la cui riforma difficilmente sarebbe stato possibile per Moratti e Gelmini completare le proprie. Anche in questo caso l’attacco all’università mirava coerentemente nella direzione di una più stretta relazione tra formazione e impresa, finalizzando la prima alla seconda, anche se è giusto ricordare che qui e solo qui (gli immigrati non votano) si è giocata una partita sulla pelle dell’elettorato del centrosinistra, egemone, pare, nella scuola e nell’università. Che infatti riuscì a ottenere l’abolizione della riforma Moratti dal secondo governo Prodi, salvo poi subire il colpo di grazia inferto nel 2008 da Gelmini.

La grande vittoria del berlusconismo è stata quella di distogliere l’attenzione dal lavoro per concentrarla su di sé, sui propri processi, sul proprio modello ideologico con la connivenza di un partito che ha usato l’antiberlusconismo come arma di distrazione di massa. La partita degli ultimi vent’anni si è giocata, così, contro un soggetto che non a caso è proprietario di una squadra di calcio, su una maglia da difendere, ma dentro un campionato sulle cui regole tutti i giocatori concordano e che nessuno si è mai permesso di mettere in discussione. È invece sulle politiche del lavoro che oggi, dopo la marcia dei 40.000 e dopo la concertazione, dopo Napoli, dopo Genova, dopo vent’anni di flessibilità e precarizzazione, passa la differenza tra la percezione qualunquista della casta e l’evidenza consociativa dell’ennesimo governo di unità nazionale. Le contraddizioni del M5S, peraltro sottoscrivibilissime per come vengono denunciate da Wu Ming e dal libro di Giuliano Santoro, sembrano in effetti ripercorrere le tappe di un processo corporativo che ha riunito sotto le insegne di Pds, Ds e Pd una composizione di classe eterogenea nel nome della ristrutturazione neo-liberista del mercato del lavoro e nel nome della pacificazione sociale.

Da questo punto di vista, la storia della dirigenza del Pd si lega con la formazione dei propri quadri dentro la Dc e il Pci durante gli anni dell’unità nazionale. Istruita dai padri storici della generazione migliorista dei Macaluso e dei Napolitano, la generazione successiva ha declinato l’unità nazionale sul piano giuridico e delatorio (Fassino con Ferrara e Caselli), su quello dei tatticismi (D’Alema), su quello dell’egemonia culturale (Veltroni e figli, da Giordana a Saviano) orientando la politica del Partito verso un unico obiettivo: la realizzazione del compromesso storico al quale il Pci, non a caso, portava in dote la pacificazione sociale. In fondo, vista da qui, la politica del centrosinistra in Italia è stata vincente e l’obiettivo, se non ha prodotto memorabili successi elettorali, ha almeno garantito un precario controllo dei conflitti. Finché dura…

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La prima immagine viene da qui, la seconda da qui. 

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