16 agosto 1943

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La Stazione, dopo i bombardamenti, era stata prontamente restituita al traffico; ma la sua bassa facciata rettangolare, di colore giallastro, si mostrava tutt’ora bruciacchiata e annerita dal fumo delle esplosioni. Trattandosi di una stazione secondaria di periferia, non c’era mai molta folla, specie il lunedì; però oggi il movimento vi pareva più scarso del solito. In questi tempi di guerra, e in particolare dopo l’occupazione tedesca, spesso vi si caricavano o scaricavano delle truppe. Ma oggi non vi si notavano militari, e solo pochi borghesi vi si aggiravano senza fretta. In quella tarda mattina di lunedì, l’edificio aveva un’aria abbandonata e provvisoria.

Ma Useppe lo riguardava lo stesso come un monumento, forse anche in una vaga reminiscenza dei giorni che c’era venuto insieme a Ninnuzzu per divertirsi con lo spettacolo dei treni. E se ne stava zitto a osservare intorno con gli occhi curiosi, scordandosi momentaneamente la sua propria impazienza eccezionale: aveva una grande prescia, difatti, di tornare a Pietralata, in luogo di sballottarsi qua in braccio a sua madre; non vedendo l’ora di portare finalmente, a Ulì e tutti quanti, la novità odierna degli stivalini!

E Ida, frattanto, s’era quasi dimenticata di averlo in braccio, tesa unicamente a non perdere di vista la figura isolata della signora Di Segni: che la tirava a sé come una fata morgana. La vide dirigersi all’ingresso dei passeggeri, e poi tornarne indietro, nella sua solitudine grande e furiosa d’ intoccabile, che non aspetta aiuto da nessuno. Senza più correre, arrancando in fretta sulle sue scarpacce estive dalla enorme suola ortopedica, si avviava adesso di qua dalla facciata della stazione, lungo il percorso laterale esterno, e girava a sinistra, in direzione dello scalo, verso il cancello di servizio per le merci. Ida attraversò lo slargo, e prese la stessa direzione.

Il cancello era aperto: non c’era nessuno di guardia all’esterno, e nemmeno dal casotto della polizia, subito di là dal cancello, nessuno la richiamò. A forse una diecina di passi dall’entrata, si incominciò a udire a qualche distanza un orrendo brusio, che non si capiva, in quel momento, da dove precisamente venisse. Quella zona della stazione appariva, attualmente, deserta e oziosa. Non c’era movimento di treni, né traffico di merci: e le sole presenze che si scorgessero erano, di là dal limite dello scalo, distanti entro la zona della ferrovia principale, due o tre inservienti del personale ordinario, dall’apparenza tranquilla.

Verso la carreggiata obliqua di accesso ai binari, il suono aumentò di volume. Non era, come Ida s’era già indotta a credere, il grido degli animali ammucchiati nei trasporti, che a volte s’udiva echeggiare in questa zona. Era un vocio di folla umana, proveniente, pareva, dal fondo delle rampe, e Ida andò dietro a quel segnale, per quanto nessun assembramento di folla fosse visibile fra le rotaie di smistamento e di manovra che s’incrociavano sulla massicciata intorno a lei. Nel suo tragitto, che a lei parve chilometrico e sudato come una marcia nel deserto (in realtà erano forse una trentina di passi), essa non incontrò nessuno, salvo un macchinista solitario che mangiava da un cartoccio, vicino a una locomotiva spenta, e non le disse nulla. Forse, anche i pochi sorveglianti erano andati a mangiare. Doveva essere mezzogiorno passato da poco.

L’invisibile vocio si andava avvicinando e cresceva, anche se, in qualche modo, suonava inaccessibile quasi venisse da un luogo isolato e contaminato. Richiamava insieme certi clamori degli asili, dei lazzaretti e dei reclusorii: però tutti rimescolati alla rinfusa, come frantumi buttati dentro la stessa macchina. In fondo alla rampa, su un binario morto rettilineo, stazionava un treno che pareva, a Ida, di lunghezza sterminata. Il vocio veniva di là dentro.

Erano forse una ventina di vagoni bestiame, alcuni spalancati e vuoti, altri sprangati con lunghe barre di ferro ai portelli esterni. Secondo il modello comune di quei trasporti, i carri non avevano nessuna finestra, se non una minuscola apertura a grata posta in alto. A qualcuna di quelle grate, si scorgevano due mani aggrappate o un paio d’occhi fissi. In quel momento, non c’era nessuno di guardia al treno.

La signora Di Segni era là, che correva avanti e indietro sulla piattaforma scoperta, con le sue gambucce senza calze, corte e magre, di una bianchezza malaticcia, e il suo spolverino di mezza stagione sventolante dietro al corpo sformato. Correva sguaiatamente urlando lungo tutta la fila dei vagoni con una voce quasi oscena:

«Settimio! Settimio!… Graziella!… Manuele!… Settimio!… Settimio! Esterina!… Manuele!… Angelìno!…»

Dall’interno del convoglio, qualche voce ignota la raggiunse per gridarle d’andar via: se no quelli, tornando fra poco, avrebbero preso lei pure: «Noool No, che nun me ne vado!» essa in risposta inveì minacciosa e inferocita, picchiando i pugni contro i carri, «qua c’è la mia famiglia! chiamàteli! Di Segni! Famiglia Di Segni!»… «Settimioo!» eruppe: d’un tratto, accorrendo protesa verso uno dei vagoni e attaccandosi alla spranga del portello, nel tentativo impossibile di sforzarlo. Dietro la graticciòla in alto, era comparsa una piccola testa di vecchio. Si vedevano i suoi occhiali tralucere fra il buio retrostante, sul suo naso macilento, e le sue mani minute aggrappate ai ferri.

«Settìmio!! e gli altri?! sono qua con te?»

«Vattene, Celeste», le disse il marito, «ti dico: vattene subito, che quelli stanno per tornare…» Ida riconobbe la sua voce lenta e sentenziosa. Era la stessa che, altre volte, nel suo bugigattolo pieno di roba vecchia, le aveva detto, per esempio, con savio e ponderato criterio: «Questo, Signora, non vale nemmeno il prezzo della riparazione…» oppure: «Di tutto questo, in blocco, posso darle sei lire…» ma oggi suonava atona, estranea, come da un atroce paradiso di là da ogni recapito.

L’interno dei carri, scottati dal sole ancor a estivo, rintronava sempre di quel vocio incessante. Nel suo disordine, s’accalcavano dei vagiti, degli alterchi, delle salmodie da processione, dei parlottii senza senso, delle voci senili che chiamavano la madre; delle altre che conversavano appartate, quasi cerimoniose, e delle altre che perfino ridacchiavano. E a tratti su tutto questo si levavano dei gridi sterili agghiaccianti; oppure altri, di una fisicità bestiale, esclamanti parole elementari come «bere!» e «aria!» Da uno dei vagoni estremi, sorpassando tutte le altre voci, una donna giovane rompeva a tratti in certe urla convulse e laceranti, tipiche delle doglie del parto.

E Ida riconosceva questo coro confuso. Non meno che le strida quasi indecenti della signora, e che gli accenti sentenziosi del vecchio Di Segni, tutto questo misero vocio dei carri la adescava con una dolcezza struggente, per una memoria continua che non le tornava dai tempi, ma da un altro canale: di là stesso dove la ninnavano le canzoncine calabresi di suo padre, o la poesia anonima della notte avanti, o i bacetti che le bisbigliavano carina carina. Era un punto di riposo che la tirava in basso, nella tana promiscua di un’unica famiglia sterminata.

«è tutta la mattinata che sto a girà»

La signora Di Segni, protesa verso quel viso occhialuto alla graticciòla, s’era messa a chiacchierare frettolosamente, in una specie di pettegolezzo febbrile, ma pure nella maniera familiare, e quasi corren te, di una sposa che rende conto del proprio tempo allo sposo. Raccontava come stamattina verso le dieci, secondo il previsto, era tornata da Fara Sabina con due fiaschi d’olio d’oliva che ci aveva rimediato. E arrivando aveva trovato il quartiere deserto, le porte sbarrate, nessuno nelle case, nessuno nella via. Nessuno. E s’era informata, aveva chiesto qua, là, al caffettiere ariano al giornalaio ariano. E domanda qua, e domanda là. Pure il Tempio deserto. «… e corri de qua, e corri de là, e da uno e da un artro… Stanno ar Colleggio Militare… a Termini… alla Tibburtina…»

«Vattene, Celeste».

«No che non me ne vado!! Io puro so’ giudia! Vojo montà pur’io su questo treno!!»

«Resciùd, Celeste, in nome di Dio, vattene, prima che quelli tornino».

«Nooo! No! Settimio! E dove stanno gli altri? Manuele? Graziella? er pupetto? … Perché nun se fanno véde?» D’un tratto, come una pazza, ruppe di nuovo a urlare : «Angelinoo! Esterinaa! Manuele!! Graziella!!»

Nell’interno del vagone si avverti un certo sommovimento. Arrampicatisi in qualche modo fino alla grata, s’intravvidero, alle spalle del vecchio, una testolina irsuta, due occhietti neri…

«Esterinaa! Esterinaaa! Grraziella!! Apritemi! Nun ce sta gnisuno, qua? Io so’ giudia! So’ giudia! Devo partì pur’io! Aprite! Fascisti! FASCISTI!! aprite!» Gridava fascisti non nel senso di un’accusa o di un insulto, ma proprio come una qualificazione interlocutoria naturale, al modo che si direbbe Signori Giurati o Ufficiali, per appellarsi agli Ordini e Competenze del caso. E si accaniva nel suo tentativo impossibile di sforzare le sbarre di chiusura.

«Vada via! Signora! non resti qui! È meglio per lei! Se ne vada subito!» Dai servizi centrali della Stazione, di là dallo scalo, degli uomini (facchini o impiegati) si agitavano a distanza verso di lei, sollecitandola coi gesti. Però non si avvicinavano al treno. Sembravano, anzi, evitarlo, come una stanza funebre o appestata.

Della presenza di Ida, rimasta un poco indietro al limite della rampa, non s’interessava ancora nessuno: e lei pure s’era quasi smemorata di se stessa. Si sentiva invasa da una debolezza estrema; e per quanto, lì all’aperto sulla piattaforma, il calore non fosse eccessivo, s’era coperta di sudore come avesse la febbre a quaranta gradi. Però, si lasciava a questa debolezza del suo corpo come all’ultima dolcezza possibile, che la faceva smarrire in quella folla, mescolata con gli altri sudori.

Senti suonare delle campane; e le passò nella testa l’avviso che bisognava correre a concludere il giro della spesa giornaliera, forse le botteghe già chiudevano. Poi senti dei colpi fondi e ritmati, che rimbombavano da qualche parte vicino a lei; e li credette, lì per lì, i soffi della macchina in movimento, immaginando che forse il treno si preparasse alla partenza. Però subitamente si rese conto che quei colpi l’avevano accompagnata per rutto il tempo ch’era stata qua sulla piattaforma, anche se lei non ci aveva badato prima; e che essi risuonavano vicinissimi a lei, proprio accosto al suo corpo. Difatti, era il cuore di Useppe che batteva a quel modo.

Il bambino stava tranquillo, rannicchiato sul suo braccio, col fianco sinistro contro il suo petto: ma teneva la testa girata a guardare ii treno. In realtà, non s’era più mosso da quella posizione fino dal primo istante. E nello sporgersi a scrutarlo, lei lo vide che seguitava a fissare il treno con la faccina immobile, la bocca semiaperta, e gli occhi spalancati in uno sguardo indescrivibile di orrore.

«Useppe…» lo chiamò a bassa voce.

Useppe si rigirò al suo richiamo, però gli rimaneva negli occhi lo stesso sguardo fisso, che, pure all’incontrarsi col suo, non la interrogava. C’era, nell’orrore sterminato del suo sguardo, anche una paura, o piuttosto uno stupore attonito; ma era uno stupore che non domandava nessuna spiegazione.

«Andiamo via, Useppe! Andiamo via!»

Nel momento che essa si girava per affrettarsi via di là, sui gridi persistenti alle sue spalle si distinse una voce d’uomo che chiamava: « Signora, aspetti! Mi senta! Signora!» Essa si voltò: era proprio a lei, che si dirigevano quei richiami. Da una delle piccole grate, che lasciava scorgere una povera testa calva con occhi intenti che parevano malati, una mano si sporse a gettarle un foglietto.

Nel chinarsi a raccattarlo, Ida si avvide che là, spersi per terra lungo i vagoni (dai quali già emanava un odore greve) c’erano, fra scorie e rifiuti, degli altri simili foglietti accartocciati; ma non ebbe la forza di fermarsi a raccoglierne. E nel correre via, si ripose in tasca, senza guardarle, quel pezzetto di carta scritta, mentre lo sconosciuto dietro la grata seguitava a gridarle dietro dei grazie, e delle raccomandazioni indistinte.

In tutto, non erano passati più di dieci minuti dal suo ingresso allo Scalo. Sta volta, i poliziotti italiani di guardia al cancello le si fecero contro vivamente: «Che fa, lei, qui?! Via, presto, presto, se ne vada!» la sollecitarono con una urgenza irosa, che pareva intesa nel tempo stesso a redarguirla e a salvaguardarla da un pericolo.

Mentre essa usciva dal cancello con Useppe in collo, dalla strada arrivava un autofurgone brunastro, che si lasciava dietro, passando, un rumorio confuso, quasi un’eco se sommessa di quell’altro coro del treno. Pero il suo carico, chiuso nell’interno, era invisibile. Soli suoi occupanti visibili erano, nella cabina di guida, dei giovani militari in divisa di SS. Il loro aspetto era normale, inalterato come quello dei soliti camionisti del Comune che caricavano a questo transito dello Scalo i loro trasporti di carne. Le loro facce pulite, e rosa di salute, erano comuni e stolide.

Ida si dimenticò del tutto che aveva da finire la spesa, non avvertendo altra fretta che quella di raggiungere la fermata dell’autobus. Portata dal desiderio esclusivo di ritrovarsi dietro la sua tenda di sacchi, aveva ricacciato la stanchezza e preferì non rimettere a terra il bambino. Sentirselo in braccio vicino e stretto la consolava, come avesse un riparo e una protezione; ma per tutto il tragitto le mancò il coraggio di riguardarlo negli occhi.

C’era già molta gente in attesa, alle fermata dell’autobus; e dentro la vettura stracarica non era facile equilibrarsi in piedi. Incapace, nella sua statura piccola, di arrivare ai sostegni, Ida, secondo il solito in tali casi, faceva esercizi da ballerina per bilanciarsi fra la calca, in modo da evitare troppe spinte e sobbalzi a Useppe. S’avvide che la testolina di lui ciondolava, e se la adagiò con riguardo a riposare sulla propri a spalla. Useppe s’era addormentato.

[E. Morante, La Storia, Torino, Einaudi, 1974, pp. 242-248]

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