Città lombarda

mantova2

Questa mattina con Elena e Massimiliano alla Colazione dei campioni abbiamo ricordato Mario Luzi che, nato nel 1914, oggi avrebbe compiuto 99 anni. Abbiamo letto un sonetto, Città lombarda, dedicato a Mantova.

Chiara città che affondi in uno specchio,
questo al di là dell’anima che muore
in ogni gesto il gelido apparecchio
delle tue mura accende e le tue gore.

E che altro rimane che il dolore
non rendesse imperfetto? Nel rispecchio
degli opali pesanti indugia il vecchio
orror della mia vita a malincuore

dietro eterni cristalli occhi di mica
irraggiano una funebre interezza,
dalle pallide arene e dall’ortica

la notte esulta, erosa dalla brezza
pencolante una luna si districa
dai vetrici, né il tuo gelo si spezza.

Abbiamo scelto Città lombarda (di cui qui si trova una buona interpretazione) perché è un sonetto e il sonetto è la forma più classica e tradizionale del canone poetico italiano. Talmente classica e canonica che il Novecento farà di tutto per dimenticarla, per superarla, per parodizzarla anche. Gli unici due Sono pochi i poeti che riescono a utilizzare il sonetto nel Novecento senza essere ridicoli: sono tra questi Giorgio Caproni e, appunto, Mario Luzi. Solo che mentre Caproni è capace di confrontarsi con quello che gli succede intorno, sente l’urgenza della Storia, Mario Luzi utilizza il sonetto con convinzione proprio perché con la sua poesia vuole legarsi alla tradizione e al canone per raccontarci se stesso e la sua percezione soggettiva del mondo.

In questa, in particolare – tratta da una raccolta giovanile, che si intitola Avvento notturno e che rappresenta il punto più alto della sua produzione all’interno dell’Ermetismo fiorentino degli anni trenta – i termini che ricorrono sono tutti termini astratti: anima, dolore, il vecchio orror, funebre interezza, mentre tutto quello che si riferisce agli oggetti si riferisce a un universo immobile e glaciale: il gelido apparecchio, gli opali pesanti, gli eterni cristalli, gli occhi di mica, le pallide arene, la brezza pencolante, il gelo. Il soggetto della poesia, invece, si guarda in uno specchio e non riesce a guardare al di là dell’anima.

Quella di Luzi è un’idea della poesia come di uno strumento per evocare solo cose sublimi: per capirci, questa raccolta viene pubblicata nel 1940 e il sonetto deve essere stato scritto tra il 1936 e il 1939. In quegli anni la rappresentazione di ciò che succede nella realtà viene delegata al romanzo e alla stagione ormai imminente del neorealismo. L’interiorità invece è il terreno di studio dell’Ermetismo fiorentino di Bigongiari, Parronchi, Bo e, appunto, Luzi, tutti molto lontani dai problemi che si era posta e si porrà la poesia (e l’arte in generale) nel Novecento prima e dopo di loro. Insomma, mentre in Europa sta scoppiando l’inferno, la preoccupazione del cattolicissimo Luzi e dei suoi sodali ermetici è quella di indagare sul senso della vita.

D’altra parte, è innegabile che Luzi sia un grande poeta e conosca alla perfezione il suo mestiere. Nella sua produzione successiva, malgrado le evoluzioni della sua scrittura, cercherà sempre di confrontarsi con la grande tradizione ottocentesca del simbolismo, soprattutto francese, e la sua poesia risponderà meglio di altre all’idea più comune e più scolastica che tutti noi abbiamo della lirica, di uno strumento, cioè, per parlare in modo elevato di cose elevate. E questo, forse, può spiegare anche perché piaccia tanto ai poteri costituiti: Luzi non mette in discussione nulla, né il linguaggio né la politica, coltiva il bello come valore assoluto e supremo e si interroga su tutto ciò che è più lontano dalla quotidianità. È insomma una poesia che finisce per essere rassicurante, indaga molto la spiritualità e ha pochissimo da dirci sulla realtà.

L’immagine l’ho trovata qui, ma l’ho un po’ modificata.

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5 thoughts on “Città lombarda

  1. Per l’ultimo dell’anno 1975
    ad Andrea Zanzotto

    Come nel buio si ritrae lento,
    Andrea, questo anno già da sé diviso.
    Ora nel vischio del suo fiele intriso
    starà così per sempre dunque spento.

    Ma quel che in noi di anno in anno è deriso
    o incompiuto o deforme non lamento:
    se uno è vinto e un altro è stato ucciso,
    uno ha durato contro lo sgomento.

    Qui stiamo a udire la sentenza. E non
    ci sarà, lo sappiamo, una sentenza.
    A uno a uno siamo in noi giù volti.

    Quanto sei bella, giglio di Saron,
    Gerusalemme che ci avrai raccolti.
    Quanto lucente la tua inesistenza.

    Franco Fortini

    1. Hahaha! Hai ragione Luigi, mi sono fatto sfuggire Fortini (e chissà quanti altri). Ho corretto quel passaggio e ti ringrazio con quest’altro sonetto, di Sanguineti, però, questa volta:

      Posso anche, caro mio, chiudere in versi
      spiegando che si illude, per sedurre
      (e molto ci si illude) con diversi
      accorgimenti: vedi che ridurre

      a tutto si può un niente (con perversi,
      come noi, poliformi) onde condurre
      il tutto a un niente (e qui, bene conversi
      e convertìti, è possibile addurre

      esempi, i favorevoli, gli avversi,
      senza fine, onde, quindi, indurre e abdurre
      abducendo, inducendo, i presi, i persi

      che noi saremo: e aiuto, occurre, accurre!)
      lunga è la storia, e me, qui, mi congedo:
      io ho detto e molto e poco, forse, credo:

      1. Grazie! Un buon pretesto per salutarsi e per sputare una lisca conficcata da anni nelle mie tonsille.
        Su quei versi di Fortini, che parlano tra l’altro di Pasolini, pubblicai per Lingua e stile un breve saggio in cui riuscì a infilare un’informazione inutile che era al tempo stesso un errore macroscopico. Corressi a matita (…) la copia della rivista che avevo già consegnato al Centro studi Franco Fortini di Siena. L’errore non aggiungeva né toglieva quasi niente all’interpretazione del sonetto, ma mi consentì di infliggermi un castigo. Qui mi fermo. La vicenda è più lunga: un Edipo tragicomico.

  2. Anzi! Corressi a matita le mie copie di “Lingua e stile” e infilai un foglietto nella copia depositata all’archivio del Centro Franco Fortini.

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