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Città lombarda

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Questa mattina con Elena e Massimiliano alla Colazione dei campioni abbiamo ricordato Mario Luzi che, nato nel 1914, oggi avrebbe compiuto 99 anni. Abbiamo letto un sonetto, Città lombarda, dedicato a Mantova.

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16 agosto 1943

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La Stazione, dopo i bombardamenti, era stata prontamente restituita al traffico; ma la sua bassa facciata rettangolare, di colore giallastro, si mostrava tutt’ora bruciacchiata e annerita dal fumo delle esplosioni. Trattandosi di una stazione secondaria di periferia, non c’era mai molta folla, specie il lunedì; però oggi il movimento vi pareva più scarso del solito. In questi tempi di guerra, e in particolare dopo l’occupazione tedesca, spesso vi si caricavano o scaricavano delle truppe. Ma oggi non vi si notavano militari, e solo pochi borghesi vi si aggiravano senza fretta. In quella tarda mattina di lunedì, l’edificio aveva un’aria abbandonata e provvisoria.

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The Battery (2012)

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Nel panorama, peraltro molto affollato, di film recenti sugli zombi, The Battery, di Jeremy Gardner, si presenta con caratteri di novità e di originalità che lo rendono affascinante e profondo. A cominciare dal fatto che gli zombi, che pure sono al centro della scena, sembrano solo un pretesto. Come del resto è un pretesto per parlare d’altro la scelta di fare oggi un film sugli zombi a basso costo (il film sembra non sia costato più di 6000 dollari), senza effetti speciali e senza troppe pretese.

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Il razzismo quotidiano

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Vorrei avere anch’io l’occasione di partecipare alla vibrante discussione in merito all’innata predisposizione degli africani verso le picconate per strada e alla connaturata furbizia che contraddistingue l’indole orientale. Ma, francamente, ho di meglio da fare. Mi limito a ricordare che, tecnicamente, il Marocco è più a occidente dell’Italia e che la capitale del Ghana (Accra) e quella del Congo (Kinshasa) sono distanti 1636 Km in più di quanto non lo fosse la casa di Breivik da quella di Borghezio . Ecco, detto questo, adesso, forse, possiamo smettere di tormentarci per l’indiscriminata violenza contro le celebrità su twitter e cominciare a preoccuparci, tutte e tutti, di quella razzista e sessista che sta montando nella vita reale del civilissimo paese nordeuropeo nel quale abbiamo la ventura di essere nati.

In questa disgustosa immagine, due amorevoli suorine insegnano alla progenie dell’italica stirpe l’intrinseco valore della purezza razziale.

Il primo maggio del Pd

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È facile oggi prendersela con il Pd, con i suoi dirigenti decrepiti e l’assenza totale di un progetto politico che non sia riducibile a quello di un comitato d’affari preoccupato di difendere le proprie posizioni di potere nel paese. È facile prendersela con Bersani al quale andrebbe almeno concesso l’onore delle armi e riconosciuto il coraggio di essersi fatto carico con coerenza e disciplina di una situazione oggettivamente impossibile da risolvere. È facile e qualcuno, specie dentro il Pd, lo ha fatto molto meglio di come potrei farlo io, che con il Pd non ho niente a che fare. Adesso, per carità, sono tutti, o quasi, rientrati nei ranghi e hanno trovato ottimi motivi per giustificare l’ingiustificabile e prendersela con qualcun altro.

Alla faccia dei “delusi del Pd”, però, che si svegliano ora solo grazie al valore simbolico di un’elezione presidenziale, il ventennio che si chiude è stato caratterizzato da tre grandi riforme del mercato del lavoro che senza soluzione di continuità sono state avanzate dal centrosinistra e perfezionate dal centrodestra. Alla luce della storia dei rapporti sindacali, il governo Letta-Alfano non è dunque che la celebrazione di un’alleanza che fra alti e bassi data almeno dagli accordi di luglio del 1993, quando, nel pieno di un’altra crisi, è cominciata la ristrutturazione delle relazioni industriali in nome dell’unità nazionale.

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Attraverso

La prima volta, mi era successo quattro anni fa, il 25 aprile, a un concerto di Capossela a Parma, nella piazza della città. La piazza era piena, era piena davvero, perché il concerto era gratuito e perché, be’ certo, sì, era Capossela. A un certo punto mi ero accorto che tanti, tantissimi attorno a me, soprattutto maschi, non guardavano il concerto. Guardavano il telefono, lo smartphone o la videocamera che avevano in mano. Guardavano il concerto attraverso lo schermo, come se fossero a casa, davanti alla tivvù. Solo che questi qui erano in piedi, accalcati tra un milione di altre persone e con le braccia alzate, per giunta, che alla lunga, le braccia alzate, fanno male.

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L’inferno di Nocra

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È certamente giusto e importante ricordare oggi, come da più parti si sta facendo, l’atroce esperienza dei campi di sterminio nazifascisti. L’impegno rivolto alla conservazione della memoria di un trauma così immenso, e non solo da un punto di vista strettamente quantitativo, merita un’attenzione inversamente proporzionale alla progressiva perdita delle ultime testimonianze dirette di quello scempio.

Per evitare, però, di dare il destro alla canea dei nostalgici perché anche in questa data colgano l’occasione di assolvere se stessi dalla responsabilità politica di tentare periodicamente di riscattare il ventennio con i soliti, triti argomenti, vale la pena di ricordare ancora una volta che, ben prima delle leggi razziali, il campo di concentramento e di sterminio era familiare agli italiani quanto era loro familiare la retorica dell’impero. Che, ben prima della soluzione finale e in un’orrida continuità con l’Italia liberale, l’Italia fascista al fianco degli altri imperi coloniali, ha prodotto in Africa mostruosità che hanno funzionato come modello per le atrocità messe in opera in Europa negli anni quaranta. Come a Nocra, ad esempio, nel penitenziario così vividamente descritto da Angelo Del Boca:

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Un piccolo fatto vero

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Il piccolo fatto vero è che oggi è il compleanno di Edoardo Sanguineti, che nasceva a Genova 82 anni fa. Lo abbiamo ricordato su Radio Città del Capo, alla Colazione dei Campioni con Elena e Massimiliano leggendo Postkarten 49, una poesia del 1977 particolarmente importante nella produzione di Sanguineti perché rappresenta un momento di passaggio, una soglia da una fase della sua poesia a un’altra. Per avvicinarsi alla poesia di Sanguineti forse varrebbe la pena di cominciare da qui, dalla poesia di questi anni, dalla sua produzione più divertita e divertente. A condizione però di essere aperti al confronto con un linguaggio che non corrisponde sempre all’idea tradizionale e un po’ ingessata che abbiamo della poesia, a condizione di confrontarsi con una poesia che utilizza strumenti diversissimi per raccontare la realtà.

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Il colonialismo italiano e Bob Marley

Non c’è saggio sul colonialismo italiano (compresi i miei) che non cominci lamentando la memoria corta di questo paese, che invece di affrontare il proprio vergognoso passato coloniale ha preferito sottoporlo a un processo di rimozione grave e pericoloso. È giusto, c’è poco da fare, almeno finché quella storia non finirà di essere marginalizzata nei programmi scolastici. Solo da pochi anni e grazie al lavoro meritorio di alcuni storici si è potuto scavare in un periodo storico inglorioso e violento, e nelle squallide vicende di un “imperialismo straccione” (la definizione è di Lenin) che, come ogni altro imperialismo, ha prodotto solo morte e sfruttamento nei paesi in cui si è imposto per un sessantennio.

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Un’arma spuntata

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Della interpretazione che Saviano a ventun’anni dava del Decennio rosso si stupirà soltanto chi non abbia saputo vedere la qualità eversiva di Gomorra. Al fondo di un romanzo ancora ineguagliabile che ha segnato la fine di un’epoca, c’era infatti l’idea che la camorra non fosse che una declinazione estrema del capitalismo, che essa funzionasse secondo gli stessi principi e meccanismi, in una adesione totale e persino spettacolare al mercato, e all’interno di una precisa logica del profitto. Gomorra, insomma, con tutti i suoi limiti, resta, indipendentemente dalle successive prese di posizione del suo autore, dalle sue abiure, dal trito moralismo e dagli svarioni storici, un romanzo importante e una testimonianza coraggiosa. Irripetibile, ormai, dacché è stato normalizzato dentro le dinamiche della società dello spettacolo.

Capitalismo e barbarie

Ci vuole una grande dose di ingenuità, se non di vera e propria malafede, per attribuire alla rissa tra titolari di pompe funebri che si contendevano i corpi dei sei braccianti stagionali rumeni travolti dal treno a Rosarno le caratteristiche di una barbarie premoderna, estranea al processo di civilizzazione. L’orrida contesa è invece solo la metafora di un mercato sempre più spietato e vorace, volgare e disumano che nessuna morale e nessuna etica riescono più a tenere a freno e che nessun sacrificio riesce più a placare. Non della barbarie, dunque, ma della civilizzazione è figlio l’orrore di Rosarno, non da antiche e inesplicabili pulsioni esso proviene, ma da moderne e palpabilissime ragioni commerciali, dalla competizione e dal merito, dalla civiltà e dal profitto. Si chiama capitalismo e da un paio di secoli ci fornisce questo orrore quotidianamente.

Il film, ovviamente, è 2001, Odissea nello spazio e la gif animata proviene dal mai troppo lodato IWDRM

La voce del conte

Uno degli elementi di maggiore interesse di Dracula, il romanzo di Bram Stoker pubblicato nel 1897, risiede nella sua straordinaria polifonia. Non esiste infatti una voce privilegiata che narri gli eventi, che sono invece affidati ai diari e alle note dei protagonisti, e alle lettere che questi si scambiano tra di loro. La bravura di Tommaso Ragno, al quale è affidata la lettura del romanzo su Ad Alta Voce, sta tutta nella capacità di restituire quella polifonia senza trucchi, birignao o falsetti. Le voci femminili, quella del conte, l’accento olandese di Van Helsing si succedono nel racconto attraverso sfumature timbriche quasi impercettibili e estremamente accattivanti. Oggi va in onda la quattordicesima puntata. Le altre si recuperano facilmente da qui. L’immagine, invece, viene da qui

La forza del destino

Pubblicata nel 2007, la storia d’Italia di Christopher Duggan ha l’indubbio vantaggio di essere uno strumento di comprensione immediata delle dinamiche politiche e culturali che hanno animato la costruzione dello Stato-nazione nel contesto europeo e nel corso di due secoli. La scrittura è accattivante, quasi romanzesca, ed è notevole l’attenzione costante ai processi culturali che sono alla base della dinamica storica. Al centro del discorso, Duggan pone costantemente l’identità nazionale sia in quanto motore ideologico e culturale che avvia il processo di unificazione dello Stato sia in quanto questione irrisolta alla base dello sviluppo della nazione. Per il lettore italiano, oltretutto, è interessante la sensazione di essere guardato dall’esterno, di rileggere sotto un’altra luce eventi anche molto recenti. Per esempio qui, nelle parole che concludono il libro, proprio alla fine del capitolo dedicato alla nascita della seconda repubblica. Forse è perché si tratta di un libro di storia, ma sembra davvero passato un secolo:

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Una Storia priva di senso

A dispetto del grande successo di pubblico che accoglie il romanzo, l’uscita della Storia di Elsa Morante nel 1974 suscita nella critica italiana di quegli anni pareri discordanti, grandi innamoramenti e stroncature definitive, violente prese di posizione e profondi apprezzamenti. Il “romanzone” esce nel pieno del clima culturale del Decennio rosso e, nello stesso tempo, mette in scena una vicenda privata sullo sfondo di eventi ancora vivissimi nella memoria dei lettori, in un rapporto tra cronaca e Storia che diventa il vero e proprio pilastro della narrazione.

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La sventurata rispose

È un concorso interessante e funziona cosi: “si partecipa segnalando un estratto della lunghezza massima di una pagina o max 50 righe tratto da un libro edito in italiano in Italia o all’estero”. Poi si seguono le istruzioni che si trovano qui. Se poi uno volesse pure votare, dovrebbe fare così. È un’iniziativa promossa da loro e si chiama Prima i lettori. Qui c’è la pagina che ho scelto io:

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Italiani Brava Gente

Una rassegna molto accurata delle narrazioni sul fascismo e sulla Resistenza che si sono susseguite nel corso dei decenni in Italia a seconda delle necessità, delle strumentalizzazioni e delle percezioni del momento storico in cui sono state di volta in volta rielaborate. Uno strumento molto utile per fornire agli studenti non solo alcune possibili letture del ventennio, della guerra, degli alleati e dei partigiani, ma anche per offrire un quadro piuttosto esauriente dell’Italia dall’immediato dopoguerra al presente (l’autore si ferma all’istituzione del giorno della memoria, il 27 gennaio del 2002).

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Italian Colonial Internment

L’elemento più notevole di questo breve saggio, nel complesso del lavoro di Labanca sul colonialismo italiano, risiede probabilmente nella volontà di sottolineare la particolare crudeltà degli italiani a confronto con altri colonialismi. Penso per esempio a Oltremare, e in particolare al capitolo sulla Società coloniale, in cui l’autore si preoccupa, invece, di annoverare la violenza coloniale italiana nel più ampio contesto dei rapporti fra colonizzatori e colonizzati.

Con gli studenti bisogna sempre lavorarci un po’ per non dare l’idea che poi il colonialismo inglese o francese fosse migliore. Il saggio è altresì interessante per come mette a confronto i campi di internamento a seconda degli internati, italiani prima e poi indigeni. Da questo punto di vista, emerge con molta chiarezza la continuità tra l’Italia liberale e l’Italia fascista da una parte, e tra carcere come forma di controllo interno (contro anarchici, socialisti e criminali comuni) e internamento coloniale (Labanca non lo cita, ma il caso di Paolo Valera potrebbe essere un ottimo esempio da approfondire, in questo senso). Particolarmente importante, poi, è nel saggio l’esempio libico, ma i temi proposti Labanca li approfondisce altrove.

Nicola Labanca, Italian Colonial Internment, in R. Ben-Ghiat e M. Fuller (a cura di), Italian Colonialism, New York, Palgrave, 2005, pp. 27-36 – L’immagine è tratta da qui.

Myths, Suppressions, Denials, and Defaults

Rimettere in discussione la tradizione filo-coloniale della storiografia italiana e favorire le ex colonie sul piano giuridico rappresentano i primi passi di un lungo processo di decolonizzazione che restituisca dignità ai popoli colonizzati. Per questa ragione occorre ridiscutere le conseguenze del trattato di Parigi (1947) e prendere le distanze dall’autoassoluzione messa in atto dalla prima generazione ex o post-fascista come nel caso della monumentale Italia in Africa, che Del Boca definisce “Italy’s denial of its colonial faults”.

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Italian Anthropology and the Africans

L’antropologia italiana della fine dell’Ottocento è basata essenzialmente sul paradigma del “bones, bodies, and behavior” e rientra nella cosidetta antropologia fisica, nella prospettiva di una classificazione delle razze umane: “through the study of the body it was possible to infer facts about the mind” (p. 63).

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