Sono passati sessant’anni da quando, all’inizio del 1952, usciva per Einaudi Il deserto della Libia di Mario Tobino, il romanzo che, insieme a Tempo di uccidere di Ennio Flaiano, pubblicato solo cinque anni prima, ha offerto una prospettiva nuova sull’esperienza coloniale italiana, alternativa alla narrazione diffusa per decenni dalla propaganda imperialista del romanzo coloniale. Pubblicati quando la memoria dell’impero è ancora viva nel paese, i romanzi di Flaiano e Tobino contrappongono infatti alla narrazione eroica imposta dalla retorica colonialista dell’Italia liberale e fascista, la cronaca della malattia che affligge i loro personaggi, fino al punto di rappresentare allegoricamente una debolezza originaria, connaturata alla stessa impresa coloniale.

La dimensione patologica entro cui i personaggi si muovono diviene cioè il rovesciamento parodico dei modelli virili rielaborati all’interno di un collaudato immaginario esotista e la malattia mentale si dà come principio stesso di interpretazione della sconfitta. Mentre però Flaiano sviluppa la sua narrazione a partire da un viaggio nell’inferno di un abisso interiore, scavando in un’identità che trova in se stessa l’elemento destabilizzante, in Tobino la malattia mentale sta fuori dal narratore, nei vari personaggi che lo scrittore descrive e nel paesaggio che li ospita. Essa si impadronisce dello spazio e di chi lo abita, impedisce la relazione con l’Altro, esclude qualsiasi possibilità di redenzione e mette in discussione la possibilità stessa del romanzo. L’unico spazio percorribile, nella Libia di Tobino, è il deserto, perché in esso non si dà comunicazione, non si dà narrazione e vi è consentito solo il frammento, l’annotazione impressionistica.

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in Nuova Rivista Letteraria n. 5, maggio 2012