Chi intenda guardare oggi al plurilinguismo come a uno dei fenomeni più importanti della letteratura italiana del Novecento, non potrà fare a meno di stabilire ancora una volta quale spartiacque, almeno nell’ambito di un’ipotesi generale, l’esperienza poetica della Nuova avanguardia. A darne prova si potrebbero certamente chiamare in causa la ricezione, maturata proprio nel corso degli anni sessanta, della scrittura di Carlo Emilio Gadda e il mito, alimentato anche in tempi recenti dai critici e dagli scrittori che nell’area dei novissimi e del Gruppo 63 hanno militato, di un interesse tardivo e di una tardiva riscoperta dell’opera dell’Ingegnere solo in quel torno di tempo, malgrado gli sforzi pure autorevoli compiuti nei decenni precedenti, a non dire d’altri, da Gianfranco Contini. Che siano stati un giovanissimo Pier Paolo Pasolini, da una parte, e in seguito un esordiente Gruppo 63, dall’altra, a rilanciare nel dopoguerra la scrittura e il pensiero di Gadda secondo traiettorie tutt’affatto eterodosse rispetto alla critica degli anni trenta, è ormai un dato acquisito alla storia della critica. A condizione, però, che si tenga conto che alla base di quel rilancio sottostava una politica precisa degli attori in campo orientata, da un lato, alla presa di distanza netta e polemica dalle posizioni critiche della generazione precedente; e, da un altro lato, alla costruzione di un’identità letteraria che, con l’erezione di modelli di riferimento e di anti-modelli polemici, consentisse l’acquisizione dell’egemonia nel “campo letterario”, o almeno il riconoscimento delle posizioni conquistate nel mercato editoriale.

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in La terra di Babele: saggi sul plurilinguismo nella cultura italiana. Eds. Dario Brancato e Marisa Ruccolo, New York: Legas, 2011: 151-160.