Secondo Michel Foucault, “la confessione è un rituale discorsivo […] che si dispiega in un rapporto di potere, poiché non [ci] si confessa senza la presenza almeno virtuale di un partner che non è semplicemente l’interlocutore, ma l’istanza che richiede la confessione, l’impone, l’apprezza ed interviene per giudicare, punire, perdonare, consolare, riconciliare”. Per comprendere, dunque, come funzioni il meccanismo confessionale messo in atto da Pirandello, occorre chiedersi, preliminarmente, chi incarni quell’istanza in Uno, nessuno e centomila. E in effetti, nel corso delle numerose pagine del suo racconto che più facilmente si curvano alla riflessione sulla propria coscienza, il protagonista si rivolge a una seconda persona plurale, a un “voi” che possiamo riconoscere solo approssimativamente nel pubblico dei lettori del romanzo. In realtà, almeno in un caso, alla seconda persona il narratore si rivolge al singolare: “Siete ancora sconcertato – vi vedo – irritato, mortificato della pessima figura…” (III, X) .

E se in questo interlocutore singolare non possiamo riconoscere qualcuno degli altri personaggi del romanzo con cui Vitangelo si relaziona, ciò accade perché tutti costoro, con un’unica eccezione, vivono esclusivamente nello spazio della diegesi e risultano perciò “raccontati” all’interno dell’atto enunciativo che li nomina e nel quale agiscono. Solo uno di loro ci appare, nelle pagine finali, a ricoprire una posizione ambigua, dentro e fuori la diegesi, partecipe attivamente della conclusione del racconto e, a differenza degli altri personaggi, privo di parola e privo di una profondità psicologica che non sia frutto delle parole di Vitangelo.

È proprio l’ottavo e ultimo libro, infatti, che – tra interrogatori, processi e condanne; tra tribunali, ospedali e ospizi di mendicità; tra medici, polizia e giudici – chiarisce la dimensione giuridico-psichiatrica entro cui si muove il discorso di Vitangelo. Qui gli inquirenti e i medici fanno la loro comparsa per accompagnare Vitangelo lungo la transizione dalla condizione di vita normale all’internamento e fra questi il giudice emerge sul proscenio dell’intreccio per emettere il suo verdetto di condanna contro il protagonista.

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in Le forme del romanzo italiano e le letterature occidentali dal Sette al Novecento. Eds. Simona Costa e Monica Venturini, Pisa: Ets, 2010: 533-544